NERO

di Federica Cevenini

 

Ciao babbo, ti manda una prima parte del libro.

LA STRADA VUOTA


1

Il vento cantava alle sue spalle come dominato da una feroce agonia e forse era proprio così, anche il vento soffriva della pesante desolazione che aveva sconvolto la città. Il mare era un immobile specchio grigio, gli uccelli erano spariti da tempo, erano migrati dove ancora sorgeva il sole. Sempre che vi fosse stato ancora un posto del genere in cui l’alba portava all’orizzonte quella dolce luce rosata e spingeva il sole ad emergere dal mare. Nella città che un tempo veniva chiamata Genead questo non avveniva più, il giorno era scandito da un tenue bagliore bianco coperto da una costante foschia. Sospirò nel silenzio che dominava la città.
Il ponte correva fiancheggiato da lampioni che nessuno più accendeva, circa a metà un chiosco chiuso che forse un tempo aveva venduto gelati. Il Predatore sedeva su una panchina di fronte al chiosco ricordando con dolore il vociare dei bambini che correvano, il profumo dell’aria, così diverso dall’odore di morte che la pervadeva ora. Aveva le spalle rivolte al mare per non vederlo, la sua totale immobilità lo feriva più di tutti i rimorsi che gli percuotevano la mente.
Come aveva potuto diventare quello che era, si chiese e come al solito la risposta alle sue domande era silenzio… era rimasto solo il silenzio.
I lineamenti perfetti del suo viso erano distorti da un’espressione di tristezza e rimpianto, gli occhi neri fissavano un punto indefinito al termine del ponte dove si allungava un’ampia strada vuota. Indossava un vecchio paio di Jeans scoloriti ed una camicia il cui colore era stato rubato dal tempo, dalla cintura pendeva una fondina dalla cui sbucava appena il calcio antico di una pistola.
Si alzò in piedi, era un uomo alto e ogni sua azione aveva lasciato un impronta indelebile sul suo corpo, partendo dalla lunga cicatrice che era ormai solo una sottile linea bianca sul sopracciglio destro. Finalmente posò lo sguardo sul mare, rabbrividendo. Il suo nome era Derek ma lui non lo ricordava più, era rimasto schiacciato insieme alla sua anima quando si era votato all’oscurità. Si chiese chi era ora che aveva perso l’unico nome che ricordava, ora che aveva deciso di cambiare, di uccidere Norton, il nome che gli era stato dato dopo e cercare di risvegliare quello che era stato più di quindici anni prima. Cosa sarebbe stato di loro quando il Consiglio superiore avesse saputo della sua ribellione. Doveva andarsene, quello era sicuro.
Strinse con forza le dita sul parapetto del ponte, ascoltando il rumore martellante del suo cuore nelle orecchie. Se fosse stato solo come sempre, pensò, le cose sarebbero state più facili.
Non era così purtroppo, c’era June e c’era suo fratello, non potevano rimanere in quella città, il loro nascondiglio era stato scoperto ed avrebbero mandato altri Predatori. E gli altri non li avrebbero certo risparmiati. Derek spinse le mani sugli occhi chiusi cercando di comprendere quale mossa gli chiedesse di compiere il Destino. Aveva smesso di ascoltare la voce del vento da troppi anni, non ricordava quel linguaggio antico e veritiero. Aveva messo a tacere ogni voce quel giorno di quindi anni prima. Ragazzo, ti chiediamo di unirti a noi, per servire l’oscurità. In cambio avrai forza e potere. Decidi, oscurità o morte.
E lui aveva deciso.

Poi era arrivata June e l’aveva ascoltata come da tempo più non faceva con nessuno e aveva provato orrore per se stesso, per le sue azioni.
Ora il tempo li rincorreva incalzante e spettava a lui decidere il da farsi, come sempre.
Chiuse gli occhi cercando qualche ombra del suo passato ma tutto era stato dimenticato, forse June sarebbe stata in grado di donargli un po’ dei suoi vecchi ricordi. S’incamminò lungo la strada vuota guardando dritto davanti a se’, ben consapevole che quella calma anormale non significava assenza di pericolo. Per la prima volta si accorse del suono lugubre e strano che facevano i suoi stivali nella strada silenziosa e deserta e si chiese come mai prima non si fosse mai accorto di niente. Come mai non avesse mai sentito che in quella strada vuota il suono del suo passo era messaggero di morte.

2

Si fermò con la mano già posata sulla maniglia del portone. Stava tornando dai ribelli, era uno di loro adesso, aveva fatto la sua scelta quando aveva colpito Dan per salvare la vita di Jacob. June aveva probabilmente pensato che lui lo avesse fatto per potere avere altre informazioni sul suo passato, in realtà non era così. Almeno in parte.
Aveva sparato a Dan perché c’era una parte di lui che provava per Jacob un affetto radicato da tempo e quell’affetto era una delle poche cose che gli rimanevano di un passato in gran parte dimenticato.
Ripensò al periodo trascorso sotto il potere dell’ombra, a tutte le persone che aveva ucciso. E quel pensiero minacciò di soffocarlo, aveva il peso di quei morti sulla coscienza, in tutta la sua forza era sempre stato un debole. Rabbrividì nell’afa di quella città morta e governata da morti.
C’era sempre stata una voce dentro di lui che aveva gridato in faccia alla crudeltà delle sue azioni ma lui non si era mai reso conto di nulla. Aveva ignorato la voce nella sua testa, la voce che era quella di un ragazzo di quindici anni, troppo giovane per la grande decisione che aveva dovuto prendere. L’oscurità lo aveva imprigionato nella sua tela e lui come un manichino faceva qualsiasi cosa gli veniva ordinato, come fosse stato sotto ipnosi.
Questo avveniva prima.

Il cambiamento era cominciato da una settimana. Un giorno si era sentito quasi liberato dalla pressione dell’oscurità. Come se l’ipnosi con cui lo tenevano sotto il loro controllo fosse d’un tratto svanita. O per lo meno si fosse lievemente alleggerita.
Aveva cominciato vagare per quella città deserta pensando a tante cose che negli ultimi quindici anni aveva accantonato in un angolo della mente, aveva visto alcuni suoi compagni, altri Predatori, all’opera e aveva iniziato disprezzarli per la crudele freddezza con la quale uccidevano i loro simili.
Era perfettamente consapevole di essere stato, anzi di essere ancora, esattamente uguale a loro. Aveva ricordato i nomi di tutte le persone che aveva ucciso, uno ad uno, nomi che non avrebbe dovuto sapere, che avrebbe dovuto dimenticare. Gli tornavano in sogno i volti di quelle persone ed i loro nomi. Dormiva solo qualche ora durante la notte facendo incubi angoscianti, vagava silenzioso per la città e la sua mente stava andando in pezzi lentamente. Era incapace di dimenticare il suo presente di morte e distruzione ed altrettanto incapace di ricordare il suo passato felice, prima di venire chiamato a servire l’oscurità.
Una mattina aveva sentito di nuovo il richiamo dell’oscurità, il legame si era rinsaldato fortissimo come se nulla fosse successo nella sua mente e lui non si era posto più domande perché era l’oscurità a decidere il da farsi al suo posto ed era giusto così, era facile. Lui era solo la mano che eseguiva.
Gli avevano assegnato una nuova missione, doveva eliminare un ribelle, uno degli ultimi rimasti in città. E così lui era intenzionato a fare.
In realtà il destino aveva messo in moto la sua ruota ed era pronto ad avvolgerlo nella sua tela e a vincolarlo su una nuova strada, una strada di redenzione. E per lui aveva una missione che avrebbe alleviato il male compiuto in quei quindici anni.